COMUNICATO STAMPA – ELEZIONI A PIOLTELLO

Il Circolo cittadino di SEL, dopo aver partecipato ai confronti con le forze politiche pioltellesi del Centrosinistra, finalizzato alla verifica delle condizioni per la ricostruzione della alleanza che ha governato Pioltello per 17 anni constata che:

– a otto mesi dal fallimento della Giunta di destra non è ancora chiaro se TUTTE le forze di centrosinistra abbiano la volontà di impegnarsi in una rinnovata alleanza in grado di riprendere il percorso interrotto nel 2014.
– dopo 2 anni di vuoto politico (Giunta Carrer e Commissario) la città versa in uno stato di semiabbandono e necessita di una amministrazione in grado di dare risposte concrete alle problematiche che la crisi ha accentuato.
– le elezioni comunali del 2014 hanno confermato che se il centrosinistra si presenta diviso, forte è il rischio di favorire la vittoria della destra o del M5S.

Alla luce di queste considerazioni il circolo di SEL fa appello a tutte le forze del centrosinistra perché si faccia uno sforzo in tempi rapidi per garantire alla città una amministrazione in grado di affrontare i problemi che i cittadini vivono, anche attraverso l’individuazione di un Nuovo Candidato Sindaco in grado di assicurare trasparenza verso i cittadini ed equilibrio tra le forze di centrosinistra.
Tra le priorità che il centrosinistra dovrà affrontare, un ruolo rilevante dovrà riguardare:
– il completamento della bonifica dell’area ex SISAS per poter riutilizzare l’area insediando nuove attività produttive che diano una risposta concreta alla domanda di lavoro per i pioltellesi ed in particolare per i giovani.
– realizzazione di un sistema di trasporto pubblico cittadino che colleghi il passante ferroviario ai quartieri della città.
– Mantenimento a destinazione agricola del Parco delle Cascine sviluppando la produzione di prodotti agricoli locali
– Completamento Centro sportivo comunale e dotare ogni quartiere di strutture sportive
– Realizzare il Piano urbano del Traffico e all’interno di questo riflessioni con la città sulle ZTL.
– Revisione del PGT con riduzione delle volumetrie previste nei comparti non realizzati e che preveda il consumo ZERO di suolo e affronti le problematiche della riqualificazione dei quartieri degradati (a partire da Piazza Garibaldi e a seguire il Satellite)
– Impegno sui diritti civili: dai diritti delle coppie di fatto alla libertà di scelta delle cure del fine vita, al riconoscere il diritto alla cittadinanza dei nati in Italia.

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Sel: il congedo e il processo costituente

Sinistra Ecologia Libertà, nell’assemblea nazionale di sabato 16 gennaio, confermando di voler essere parte attiva del processo costituente di un nuovo soggetto di sinistra, ha preso congedo da se stessa, indicando modi e tempi previsti per il proprio scioglimento.

Il nuovo soggetto, almeno nelle intenzioni di Sel, fa così un passo in avanti. Forse decisivo. I giovani e le giovani di Sel e di Tilt e il gruppo di Act – anche loro giovani – hanno avuto peso e ruolo importante in questo esito. Ma si vedrà nell’appuntamento nazionale, fissato a Roma per la terza settimana di febbraio, come andranno concretamente le cose, al di là delle migliori intenzioni e dichiarazioni di quanti e quante in Sel scommettano sull’impresa. Perché un impegno di questo genere, più che un impegno, è una vera e propria sfida, visto lo stato di crisi in cui versa tutto ciò che ha a che fare, o dovrebbe avere a che fare, con l’idea del nuovo soggetto. A cominciare, la crisi, dalle stesse parole che dovrebbero dirlo, questo soggetto, e dalla semantica che dovrebbe collocarlo e rappresentarlo in modo riconoscibile sulla scena pubblica e nel rapporto col mondo. La stessa parola sinistra – come ormai si ripete non per caso da punti di vista diversi – è ormai solo un significante senza significato, una scatola vuota, dove si può mettere di tutto. Una delle “parole di caucciù”, come già definiva molte parole Auguste Blanqui (1805-1881), parlando in particolare della democrazia. Ormai un “non concetto”, come Renzi insegna, ma non solo lui. Le parole, dobbiamo saperlo, sono a disposizione di chi se ne impossessa e le usa come vuole.

Ci sarà una carta degli intenti per una prima connotazione del nuovo soggetto ma sappiamo che la storia della sinistra è piena di inutili carte degli intenti. Perché nell’epoca delle parole multidirezionali a disposizione dell’industria dello spettacolo e della demagogia degli storytelling della politica politicienne, le parole sembrano aver perso definitivamente la loro linfa vitale, oltre che il significato più storicamente acquisito di cui sopra, appaiono ormai irrecuperabili a dire qualcosa che vada oltre l’indistinzione dei rumori di fondo e del gossip mediatico.

Riappropriarsi della capacità, del diritto, della libertà di pensare e agire il futuro. Futuro: questa parola che, per esempio e nonostante tutto, bisogna ricominciare a dire, per non lasciarci alle spalle proprio il futuro, come se non ci riguardasse e lavorare per riaddensare di significato e senso una parola indispensabile per pensare di nuovo la politica. Riaprire il futuro significa riaprire il tempo della politica.

L’impresa del nuovo soggetto per avviarsi non può che partire da qui, diventando di nuovo espressione dei sentimenti, dei desideri, dei bisogni di donne e uomini, della loro voglia di riprendere – per sé e da sé – la forza della parola. Forza che c’è – al di là delle intenzioni – quando è parola politica nelle nostre mani e alimenta la voglia di agire in comune per cambiare le cose e smantellare la trappola di questo tempo senza tempo che viviamo e sembra soltanto un eterno ritorno su se stesso.

Fare i conti col presente e fare tesoro dei materiali che il presente ci offre e che, in molte decisive occasioni, hanno costituito e costituiscono la materia prima della politica: questo è l’altro passaggio che va fatto. Non com’era verde la nostra valle ma com’è verde la valle in cui abitiamo, perché bisogna imparare a riconoscere oggi i segni dell’umano che fanno la differenza, che lasciano tracce, che contengono le potenzialità di operare atti di cambiamento. Questo è anche un modo dell’essere felici.

Occorre partire da questi materiali per stabilire quale debba essere il necessario punto di vista critico e, soprattutto oggi, il punto di vista non conforme, sul come vanno le cose. Solo così si possono ricostruire pratiche di partecipazione, coinvolgimento, relazionalità allargata e diffusa. Solo così si può svelare e contrastare l’architettura delle nuove forme di sfruttamento del capitalismo, mettere in discussione i penetranti meccanismi di adattamento all’ordine delle cose che fanno accettare su larga scala lo stato di sottomissione alla ratio neoliberista come normale condizione dell’esistenza umana. Con tutto quello che ne consegue, in particolare quell’ormai consolidata assenza del limite ad andare oltre del capitalismo. Limite che, per tutta una fase della modernità, le sinistre avevano saputo opporre al dispiegarsi della potenza del capitalismo e che sono venute via via meno e poi crollate.

Perché politica ci sia, occorre dichiarare da che punto di vista si parla, occorre sottrarsi all’indistinto trasversalismo del tutto uguale al suo contrario e riscoprire – per quello che è possibile – il conflitto sociale, vertenziale, intellettuale, istituzionale – come agency della politica.

Conflitto delle idee, delle proposte, dei riferimenti, delle pratiche. Una politica che sia alternativa alla politica di mestiere, di palazzo, di potere, di sovranità extrademocratica e ademocratica. Del potere economico finanziario.

Per questo è così importante che siano le nuove generazioni a essere protagoniste della politica, loro a inventare le strade per renderla di nuovo una risorsa per cui valga la pena impegnarsi, loro a riappropriarsi del diritto a conoscere il passato dal punto di vista della loro vita. Perché se è necessario sapere che le cose non succedono per caso e che bisogna guardare all’indietro per capire come vada il mondo contemporaneo, è altrettanto necessario avere chiaro che la conoscenza del passato è sì importante per la politica ma non può essere – anzi è dannoso che sia – la performance di fondo della politica o il suo dominante richiamo sentimentale. Ognuno ha la sua storia ma la storia in comune da oggi deve essere un’altra storia. Oggi tutta da inventare, quindi da pensare, sperimentare giorno dopo giorno.

Fare i conti col presente – soprattutto col presente di quello che residua della sinistra – è la prima mossa da fare perché acquisti significato politico l’idea di un nuovo soggetto politico. Di una nuova sinistra? Un tormentone di tavoli, tavolini, dichiarazioni di intenti, scaramucce di qua e di là, per arrivare a stabilire – come va stabilito con chiarezza – che uccidere il progetto è possibile se non si esce subito da quanto di pattizio tra pezzetti di ceto politico e personaggi in cerca di sopravvivenza connoterà l’avvio del costituente da realizzare. Perché più che costituente sarà percepito come costituito e così raccontato dal grande circo mediatico, tra le cui performance più invasive c’è sicuramente l’ostilità a tutto ciò che sfugge all’ordine conforme delle cose. E tentare di nuovo di mettere su un progetto di sinistra offre alimento alla performance deleteria dell’ostilità gossippara che ben conosciamo. Virale e velenosa. Dobbiamo saperlo e fare di tutto per non subirlo.

Insomma la crisi messa in scena nella lunga fase di discussioni intorno al nuovo soggetto, col suo pesante carico di deja vu, può essere letale. Questo ci suggerisce di fare di tutto perché tutto quello che sa di riedizione sia spazzato via, subito.

Quando, in occasione dell’assemblea nazionale di cui sopra, il coordinatore nazionale Nicola Fratoianni ha dichiarato nel suo intervento che nel 2016 non ci sarà il tesseramento a Sel è esploso l’applauso più forte e prolungato di tutta la giornata. Congedo da se stessi accolto con partecipazione sentimentale, oltre che per condivisione di quelli e quelle che ne sono convinti, che al voto finale erano tutti, salvo uno. Altri e altre, in giro per Sel, no, non ne sono convinti, ma questo rientra nelle cose di una storia complicata e controversa come quella di Sel. Si vedrà col tempo. Congedo da se stessa intanto. Forse non dal suo cuore – me lo auguro – non da quell’intreccio di suggestioni innovative, e anche di approfondimenti di pensiero e di pratiche, racchiuse nell’incontro delle tre parole che hanno fatto il nome di Sel, ma certamente sì – è il mio auspicio – dall’ormai frusto perimetro della sua tradizionale collocazione politica, pensata e agita pressoché esclusivamente come interna al campo del centrosinistra e perciò – stando alla storia di Sel – in automatica o inevitabile o di nuovo auspicabile, a prescindere,

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IL RISCHIO DI UNO STATO SOCIALE MINIMO.

In uno scritto precedente, ho avuto modo di sottolineare come il processo di trasformazione del sistema italiano di welfare da un impianto di carattere mutualistico corporativo, ereditato dallo Stato liberale e dallo Stato fascista, in un modello di welfare universalistico, avviato con la riforma sanitaria del 1978 (Legge 833/1978) e avanzato con la riforma dell’assistenza sociale (Legge 328/2000), abbia subìto un arresto a causa della grande crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008. La crisi, però, non è stata l’unica causa. In questi anni, in Italia come nel resto dei Paesi occidentali, l’indirizzo politico dei governi si è ispirato in misura sempre maggiore al pensiero neo-liberista che postula l’arretramento dello Stato dall’economia e la drastica riduzione degli interventi sociali a carico degli enti pubblici, per lasciare spazio alla “spontaneità” del mercato e alla beneficenza/solidarietà privata (il “capitalismo compassionevole” di George W. Bush, ultimo approdo del reaganismo e tatcherismo). Questo pensiero “unico” ha guidato l’azione  delle forze politiche di centrodestra, ma ha fortemente condizionato anche le forze politiche di centrosinistra. Ciò è particolarmente evidente in Italia dove, dopo la crisi del IV governo Berlusconi nel novembre 2011, si  sono succeduti anche nella nuova legislatura iniziata nel febbraio 2013 governi cosiddetti di “larghe intese”, cioè formati da coalizioni in cui sono presenti partiti di centrodestra e partiti di centrosinistra.

Ciò ha comportato, da un lato, la sensibile riduzione della spesa pubblica per i servizi sanitari e per i servizi sociali oltre a pesanti riforme in campo previdenziale e pensionistico, a cominciare dalla Legge 214 del 2011, c.d. Legge “Fornero”. Limitando, nell’economia del presente scritto, le seguenti considerazioni all’ambito sanitario e socio-assistenziale, con qualche cenno ai profili previdenziali, si vuole mettere in evidenza due tendenze di fondo:

  1. L’aumento della spesa direttamente a carico dei privati cittadini rispetto alla complessiva spesa pubblica per i servizi sanitari.
  2. Il carattere frammentario, disorganico, improvvisato delle misure sociali adottate dai diversi governi del periodo 2008 – 2015 per fronteggiare, in qualche modo, il fenomeno dell’impoverimento e della disoccupazione di ampie fasce della popolazione, a causa della profonda crisi economica e finanziaria ricordata più sopra.

Sul primo punto, sembrano significativi i dati riportati in una nota redazionale del numero di ottobre 2015 della rivista “Liberetà”, periodico mensile dello Sindacato Pensionati Italiani (SPI) della CGIL.

“La spesa in ticket per farmaci, visite, esami specialistici e pronto soccorso è arrivata nel 2014 a tre miliardi di euro. Nel 2008, per esempio, il ticket sui farmaci valeva 650 milioni di euro, mentre nel 2014 è arrivato al miliardo e mezzo (Corte dei conti). Più del doppio. Inoltre la spesa affrontata di tasca propria dai cittadini per usufruire di servizi che, in buona parte, dovrebbero essere garantiti dal Ssn, è arrivata a quota 33 miliardi (indagine Censis). Una cifra mostruosa se la si raffronta con la spesa dell’intero Servizio sanitario nazionale che è di 111 miliardi”.

Tale situazione è destinata ad aggravarsi, considerata la volontà del governo Renzi di intervenire in materia di esami diagnostici con un decreto sull’”appropriatezza prescrittiva” finalizzato a limitare l’autonomia professionale dei medici nella prescrizione, appunto, di esami diagnostici (di laboratorio e strumentali) sulla base di criteri predeterminati dal Ministero della salute. A parte la pesante burocratizzazione di una professione delicata come quella medica, un provvedimento del genere non potrà che avere come conseguenza un ulteriore aumento della spesa sanitaria direttamente a carico dei cittadini.

Inoltre, nello stesso numero della rivista citata si sottolinea che negli ultimi 10 anni sono stati tagliati 71 mila posti letto, chiuso un ospedale pubblico su quattro e il personale è diminuito di 24 mila unità.

Di fronte ai dati sopra riportati è legittimo chiedersi se esiste ancora in Italia il Servizio sanitario nazionale. Le numerose offerte di polizze della salute da parte di diverse compagnie di assicurazione – oltre a quanto detto – sembrano confermare una tendenza forte alla privatizzazione in misura significativa del sistema sanitario italiano.

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Per quanto riguarda gli interventi realizzati o progettati per contrastare l’aggravamento del fenomeno della povertà del nostro Paese a causa della grave crisi economica esplosa nel 2008 (e non ancora superata), la situazione a tutt’oggi è decisamente al di sotto delle necessità.

Come rileva la sociologa Chiara Saraceno, studiosa approfondita della materia,  “E’ positivo che la questione di una garanzia di reddito per i poveri sia entrata nel dibattito politico, costringendo i vari policy makers a prendere posizione (…) Ma se ciascuno procede in ordine sparso, privilegiando ora questa ora quella categoria di poveri, definendo soglie di povertà e metodi di calcolo diversi, il rischio di ingenerare confusione, competizione sui <poveri più meritevoli>, risentimento, con il risultato di legittimare ogni proposta in questo campo”.[1]

Sotto il profilo strettamente assistenziale, limitando l’analisi ai provvedimenti dello Stato, le misure adottate consistono principalmente nella carta acquisti (social card) introdotta nel 2008 dal governo Berlusconi e nella carta acquisti sperimentale prevista dalla legge di stabilità del 2013 (governi Monti e Letta)  erogata in 12 grandi città ed estesa successivamente a tutto il mezzogiorno d’Italia.

La prima è sostanzialmente un “bancomat” da 40 euro mensili destinato a 1 milione 300 mila persone tra over 65 e famiglie con figli entro i 3 anni con un reddito massimo ISEE di 6000 euro (fino a 8000 euro per chi ha più di 70 anni), non più di una casa, non più di un auto.

La nuova prestazione consiste – invece –  in un contributo mensile di sostegno compreso tra i 231 e i 400 euro in base al numero dei componenti del nucleo familiare,  al quale si affianca un percorso, con il supporto dei servizi sociali del Comune di residenza, volto a consentire alle famiglie in difficoltà il reinserimento nel mondo del lavoro. I beneficiari del provvedimento della nuova Social Card devono mostrarsi attivi nella ricerca di una nuova occupazione e nel partecipare ad iniziative di formazione. Dopo la sperimentazione avvenuta nel 2013, la legge di stabilità per il 2014 ha previsto lo stanziamento di 120 milioni di euro in tre anni (finanziati con il contributo di solidarietà delle pensioni sopra i 90mila euro) per estendere  il progetto della carta acquisti gradualmente a tutto il territorio nazionale.  Questo dovrebbe essere soltanto il primo passo di un percorso più lungo con l’obiettivo di realizzare un programma di più ampio respiro: il Sia (sostegno per l’inclusione attiva). In prospettiva , con riferimento al dibattito attualmente aperto sulla legge di stabilità 2015, il Sia dovrebbe confluire in un “Piano nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale” finanziato anche con fondi europei.

Oltre alle carte acquisti di cui sopra, nel 2015 la legge di stabilità ha introdotto un c.d. “bonus bebè”, un assegno mensile di 80 euro, 960 euro annui, per tre anni a condizione che il nucleo familiare di appartenenza del genitore richiedente l’assegno abbia un ISEE (Indicatore della situazione economica equivalente) non superiore a 25 mila euro annui. L’assegno è raddoppiato se l’ISEE non supera i 7 mila euro annui. Il bonus è assegnato per i figli nati o adottati dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2017.

Allo stato degli atti, in conclusione, si è ancora lontani  in Italia da una prestazione universale adeguata (reddito minimo o  di cittadinanza o di dignità che dir si voglia) per fare fronte in modo organico al dramma della povertà che in questi anni di crisi si è fortemente aggravato.

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Sul piano previdenziale, dalla legge 92 del 2012 (governo Monti) alla legge 183 del 2014 (il c.d. “jobs act” del governo Renzi) le misure di sostegno al reddito previste per i lavoratori in caso di disoccupazione involontaria sono state oggetto di importanti modifiche [2].

L’indennità ordinaria di disoccupazione, che aveva una durata  massima di 12 mesi, dal 1 gennaio 2013 è stata sostituita con l’ASPI (Assicurazione sociale per l’impiego), della durata massima di 16 mesi, a sua volta sostituita dal 1 maggio 2015 dalla NASPI (Nuova assicurazione sociale per l’impiego). La durata della NASPI sarà pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi quattro anni precedenti l’inizio della disoccupazione. La nuova prestazione fino al 31 dicembre 2016 potrà avere una durata massima di 24 mesi mentre, a regime, dal 1 gennaio 2017  sarà ridotta a 78 settimane (in pratica 18 mesi).

La Legge 183 del 2014, inoltre, prevede in via sperimentale la possibilità di percepire un Assegno di disoccupazione (ASDI), per un massimo di 6 mesi, per lavoratori che abbiano percepito la NASPI per l’intera sua durata entro il 31 dicembre 2015, ancora disoccupati e in stato di bisogno, accertato sulla base della normativa ISEE. L’inizio della sperimentazione dell’ASDI, peraltro, è subordinato all’emanazione di un decreto ministeriale attuativo.

Per i collaboratori coordinati e continuativi e a progetto, la legge citata ha introdotto l’indennità DIS-COLL – sostitutiva dell’indennità una tantum prevista dalla Legge 92 del 2012. I beneficiari devono essere iscritti in via esclusiva alla Gestione separata dell’INPS, non pensionati e senza partita IVA, ed avere perso involontariamente la propria occupazione. La DIS­-COLL, determinata in base ai periodi contributivi, non potrà avere una durata superiore a 6 mesi.

Si sottolinea infine che la citata legge 92 del 2012, a partire dal 2017, ha abrogato l’indennità di mobilità che garantiva un sostegno al reddito dei lavoratori licenziati per riduzione o trasformazione di attività o di lavoro o per cessazione di attività, anche a seguito di un periodo di cassa interazione straordinaria, fino ad un massimo di 36 mesi; durata peraltro prorogabile in particolari casi di crisi aziendale.

Dal quadro sopra sommariamente delineato si può rilevare, a parere dello scrivente, che – con l’eccezione della DIS-COLL – il sistema dei c.d. “ammortizzatori sociali” ha subìto una sensibile riduzione per effetto delle leggi di riforma sopra richiamate.

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Diversamente dalle conclusioni relativamente ottimistiche del precedente scritto, i recenti provvedimenti legislativi in materia di sanità, previdenza ed assistenza sociale assunti nel biennio 2014-2015, anziché invertire la tendenza regressiva rispetto alla prospettiva di un’equa riforma del sistema di Welfare italiano, sembrano al contrario andare nella preoccupante direzione di uno Stato sociale “minimo” o , detto altrimenti, di un Welfare “residuale”.

Pierino Rossini

20 novembre 2015

 

 

 

 

 

 

[1] C. Saraceno, “SE ALCUNI POVERI SONO PIU’ MERITEVOLI DI ALTRI”, La Repubblica, 9 novembre 2015.

[2] Per maggiori approfondimenti cfr. la guida  “2015 LA CGIL I TUOI DIRITTI”, Ediesse, Roma, 2014

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Nasce il comitato per il No alla riforma costituzionale. Sel: primo passo contro Italicum e cambio della Carta

Nasce il “Comitato per il no” al referendum sulle riforme costituzionali. Lo ha annunciato il Coordinamento democrazia costituzionale nel corso di una conferenza stampa in cui ha presentato anche i ricorsi contro l’Italicum e i due quesiti referendari già depositati in Cassazione per chiedere l’abrogazione di alcune norme chiave della nuova legge elettorale.

Sulla riforma costituzionale «abbiamo deciso di giocare di anticipo e costituire il comitato per il no». Cosi Domenico Gallo, consigliere della Corte di Cassazione, ha annunciato nel corso della conferenza stampa alla Camera la costituzione, a nome del Coordinamento democrazia costituzionale, di un comitato per il no alla futura legge Boschi. «Naturalmente la speranza è che il Parlamento riveda le sue posizioni – spiega una nota del comitato – Se ciò non dovesse avvenire sarà giocoforza affrontare il referendum previsto dall’articolo 138 della Costituzione, che permetterà ai cittadini italiani di potersi finalmente esprimere e di bocciare la manomissione della Costituzione, come è avvenuto nel 2006 quando è stata cancellata la riforma voluta da Berlusconi».

Ad entrare nel merito è stato, nel corso della conferenza stampa, il costituzionalista Alessandro Pace per cui «il vizio che caratterizza tutta la riforma» è la mancanza di contropoteri, sia per le funzioni assegnate al nuovo Senato sia – a parere del costituzionalista – per il numero dei componenti di molto inferiore a quello della Camera che, infine, per la loro natura di consiglieri regionali e di sindaci che creerebbe dei senatori “part-time”.

«La fiducia data solo dalla Camera – ha poi aggiunto Pace – sposta l’asse istituzionale sul governo, che diventa il dominus dell’agenda parlamentare». «Il comitato del no – ha chiarito Alfiero Grandi, segretario dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra – chiederà a tutti l’adesione, anche ai parlamentari, singoli e per gruppi. Quindi è ovvio che se raggiungeremo quel 20% di parlamentari necessario per chiedere il referendum saranno loro a farlo». Questo per evitare, è stato spiegato nel corso del conferenza, che a farlo sia la stessa maggioranza di governo. «La sfida – ha concluso Gallo – è quella di evitare un referendum plebiscitario alla De Gaulle». Alla conferenza hanno assistito – tra gli altri – il deputato della minoranza Pd Alfredo D’Attorre, l’ex Pd Stefano Fassina, il deputato M5s Danilo Toninelli ed molti deputati di Sel.

«Pensiamo che questa serie di iniziative oggi annunciate dal Comitato di giuristi, costituzionalisti, associazioni, avvocati a difesa della Costituzione e contro l’Italicum sia il primo passo per dire che quella riforma costituzionale insieme a quella pessima legge elettorale, figlia illegittima del Porcellum, rappresentano un passo indietro per la democrazia italiana, riducono gli spazi di partecipazione, non modernizzano il Paese. C’è davvero bisogno di un’azione legislativa del tutto diversa» ha commentato Nicola Fratoianni deputato e coordinatore nazionale di Sel che insieme all’on. Stefano Quaranta e Daniele Farina ha seguito la conferenza stampa di presentazione del comitato a Montecitorio.

«Questo comitato – prosegue il coordinatore di Sel – mette insieme forze fra loro diverse, noi contribuiremo a questa esperienza comune affiche’ gli italiani boccino con il loro impegno e il loro voto quella riforma e quella legge elettorale. Perché serve l’impegno di tutti e di tutte – conclude Fratoianni – per impedire lo stravolgimento della Costituzione e della democrazia italiana».

Si chiede l’abrogazione delle norme che riguardano i voti bloccati dei capilista, delle candidatura plurime, del premio di maggioranza e del ballottaggio. I referendari guardano ovviamente al 2017, visto che è l’anno in cui può tenersi la consultazione, visto che non sono previste altre elezioni. Intanto, nei calcoli del fronte anti-italicum, il parlamento dovrebbe licenziare il ddl Boschi entro la prossima estate, al massimo in autunno. Il referendum consultivo dovrebbe tenersi nel 2017. Per questo l’iniziativa contro la legge elettorale sarà accompagnata da una campagna di mobilitazione che coinvolgerà anche l’opposizione alle riforme istituzionali. Si punta al sostegno parlamentare di uno schieramento di forze che va da Sel ai deputati di sinistra fuoriusciti dal Pd, al Movimento Cinque Stelle. Le incognite potrebbero venire però dalla decisione del governo di imprimere una decisa accelerazione al voto sulle riforme e conseguentemente al referendum. Se l’esecutivo ottenesse il sì definitivo entro la prossima estate potrebbe ‘stimolare’ la convocazione del referendum consultivo nel successivo autunno. A questo punto le forze di maggioranza avrebbero dalla loro una legge elettorale in vigore per l’elezione della sola Camera e un sistema istituzionale disegnato di conseguenza. «Si’ e’ vero, Renzi potrebbe anticipare le elezioni politiche al 2017. Del resto qualche arma al governo gliela vogliamo lasciare…», commenta con flemma partenopea Villone. A quel punto salterebbe il referendum
sull’italicum. E resterebbe in campo solo la via ‘giudiziaria’. Sempre che alla Consulta il dossier italicum non sia finito in un cassetto

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PARTE LA SPERIMENTAZIONE DELLE ZTL

Oggi 1 ottobre parte la sperimentazione delle ZTL di Pioltello e Limito.

Stamattina siamo stati a vedere gli accessi della ZTL di Pioltello ed abbiamo scoperto che la sperimentazione si fa senza le telecamere in funzione e senza la segnaletica necessaria.

All’ accesso di via Milano (p.za Giovanni XXIII) stavano montando una telecamera, a quello di via Roma (ang. Martiri della Libertà) la telecamera è piazzata ma non funziona  (pare ci siano problemi di alimentazione elettrica) e a quello di Piazza della Repubblica la telecamera non c’è proprio. Segnaletica relativa alla ZTL neanche l’ombra. Inoltre devono essere modificati alcuni sensi unici ma anche di quest non c’è traccia!

A questo punto ci chiediamo:

Che senso ha fare una sperimentazione (oltretutto prescritta dal Ministero dei Trasporti) se le telecamere non funzionano e non c’è la segnaletica adeguata?

Che senso ha spendere denari pubblici (che non bastano mai…) per spostare i sistemi di controllo degli accessi nelle posizioni decise dalla Giunta Carrer caduta nel maggio scorso. Ora l’Amministrazione è retta dal Commissario Prefettizio fino alle elezioni della prossima primavera: se alle prossime elezioni la giunta di destra non sarà riconfermata sarà necessario rimettere mano alla vicenda ed i soldi sarebbero stati spesi inutilmente. Forse sarebbe stato più saggio tenere la situazione congelata fino alle prossime elezioni.

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DOPO UN ANNO DI IMMOBILISMO, FAR RIPARTIRE PIOLTELLO

simbolo SEL

La nefasta esperienza dell’amministrazione Carrer si è conlusa: TUTTI A CASA.
Neanche un anno è bastato per far emergere tutti i limiti e i timori che già raccontavamo: l’incapacità nell’amministrare, la lontananza dai cittadini, l’occupazione del potere come unico scopo dell’agire amministrativo.
Ora il centrodestra consegna alla cittadinanza un periodo, di commissariamento, un bilancio non approvato, uno spreco di risorse già più volte denunciato.

Vigileremo e saremo testimoni, durante tutto il periodo di commissariamento, di quelle istanze di giustizia sociale, di inclusione, di solidarietà che emergono dalla cittadinanza. Faremo quanto possibile per far sì che il Commissario veda e affronti le problematiche emergenti, i disagi, le criticità, ben sapendo che i nostri cittadini non si possono permettere un anno senza un vero Governo, con un commissario occupato solo a gestire gli atti obbligatori.
Non permetteremo che i cittadini siano lasciati soli, in balìa delle difficoltà quotidiane, a causa dell’inettitudine degli uscenti amministratori di centrodestra.

Il nostro impegno è il lavoro per ricostruire un’amministrazione attenta ai bisogni dei cittadini, che sappia supportare con un robusto welfare comunale le tante famiglie messe in difficoltà dalla lunga crisi economica, che affronti i grandi probemi della città: dalle manutenzioni (strade, scuole, verde) alla soluzione dei problemi storici di Pioltello (Piazza Garibaldi e Satellite) senza consumare nuovo territorio.

Sinistra Ecologia Libertà è a disposizione per costruire un percorso di rinnovamento del centrosinistra nelle persone e nei programmi a partire dai cittadini, dai loro bisogni, dai quartieri in sofferenza, dalle criticità del territorio.
Serve un processo collettivo, un fronte ampio di partecipazione popolare per progettare e realizzare la Pioltello del futuro: quella che lasceremo ai nostri figli.

Pioltello, 31 maggio 2015

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ORA RIPARTIAMO DA PIOLTELLO E DAI PIOLTELLESI

La nefasta esperienza dell’amministrazione Carrer è giunta al termine.
Neanche un anno è bastato per far emergere quanto già dicevamo nell’ultima campagna
elettorale:  il centrodestra stava insieme solo grazie al livore verso il centrosinistra.
Un anno in cui sono emersi tutti i limiti e i timori che già raccontavamo: l’incapacità nell’amministrare, la lontananza dai cittadini, la lotta di potere come unico scopo dell’agire amministrativo.
Ora il centrodestra consegna alla cittadinanza un periodo, che speriamo breve, di commissariamento, un bilancio non approvato, uno spreco di risorse già più volte denunciato.

Vigileremo e saremo testimoni, durante tutto il periodo di commissariamento, di quelle istanze di giustizia sociale, di inclusione, di solidarietà che emergono dalla cittadinanza. Faremo quanto possibile per far sì che il Commissario veda e affronti le problematiche emergenti, i disagi, le criticità, ben sapendo che i nostri cittadini non si possono permettere un anno senza un vero Governo, con un commissario chiuso nel suo ufficio, occupato solo a gestire gli atti obbligatori.
Non permetteremo che i cittadini siano lasciati soli, in balìa delle difficoltà quotidiane, a causa dell’inettitudine degli uscenti amministratori di centrodestra.

Lo sguardo va poi spostato verso il prossimo futuro.
Lo dicevamo allora e lo ridiciamo oggi: Pioltello merita di meglio.
Serve un’amministrazione attenta ai bisogni dei cittadini, che sappia supportare con un robusto welfare comunale le tante famiglie messe in difficoltà dalla lunga crisi economica, che affronti le grandi problematiche che impattano sul territorio con coraggio e onestà, che sappia fare scelte anche nette su temi di grande impatto quali l’ambiente e le politiche per il lavoro.

Sinistra Ecologia Libertà è a disposizione per costruire un percorso di rinnovamento.
A partire dai cittadini, dai loro bisogni, dai quartieri in sofferenza, dalle criticità del territorio.
Serve un processo collettivo, un fronte ampio di partecipazione popolare.
La Pioltello di domani va progettata e costruita tutti insieme.

Alessandro Simeone
Cordinatore Sinistra Ecologia Libertà – Zona Adda-Martesana

Susy Carenzi e Giorgio Fallini
Coordinatori Sinistra Ecologia Libertà – Circolo di Pioltello

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LA COALIZIONE SOCIALE DI LANDINI E IL PD.

Il progetto di Landini deve ancora trovare una sua compiuta definizione per quanto riguarda il rapporto fra piano sociale e piano politico. Quello che è certo per me – e su questo Landini ha ragione – è che il Governo Renzi sta cancellando importanti diritti sociali e che in Italia va ricostruita una sinistra di dimensioni maggiori di quella attuale (il PD di Renzi – geneticamene modificato – è prevalentemente una forza di centro neo-liberista che non ha come riferimento privilegiato il mondo del lavoro).

Detto ciò, il diafano presidente dei deputati PD (Roberto Speranza) farebbe meglio a prendersela con il fascio-leghista Salvini e a rispettare di più Landini e la Cgil, di cui la Fiom è parte integrante.

Pierino Rossini

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CATTIVE RIFORME: IL RIORDINO DELLE PROVINCE NELLA PROSPETTIVA DELLA LORO ABOLIZIONE.

Precedenti. Dopo avere assistito, dagli anni ’80 e ’90 del secolo scorso fino alla prima decade degli anni 2000 ( la Provincia di Monza e Brianza è stata istituita nel 2004) alla proliferazione di enti provinciali (anche di ridotte dimensioni), aumentati dai 95 del 1974 ai 110 del 2010,  improvvisamente nel 2011 è stata messa in discussione l’utilità di questo storico ente locale intermedio. La “folgorazione” della maggioranza delle  forze politiche e del sistema dei mass media è avvenuta  a seguito dell’aggravamento della questione del debito pubblico del nostro Paese e quindi in relazione a un problema reale e serio, ma purtroppo con un approccio – a mio parere –  prevalentemente demagogico e qualunquistico. Una delicata materia istituzionale e costituzionale, il sistema delle  autonomie locali, è stata affrontata nell’ottica della riduzione dei costi della politica che nel caso della Provincia sono irrisori rispetto al volume complessivo di  tali costi e, comunque, facendo una grande confusione fra il giusto obiettivo della riduzione della spesa pubblica e l’utilità/necessità delle funzioni svolte dalla Provincia.

Per avere un’idea dell’importanza delle funzioni provinciali è sufficiente una rapida lettura dell’articolo 19 del D. Lgs. 18.8.2000 n.267 – Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti locali (TUEL) – che ha recepito – fra l’altro – l’importante riforma approvata con la legge 142 del 1990. Si tratta di attività e servizi che riguardano la viabilità e i trasporti; la costruzione e la manutenzione delle scuole secondarie superiori; la tutela e la valorizzazione dell’ambiente, della flora, della fauna e dei parchi naturali, delle risorse idriche ed energetiche; ecc.

La stagione delle cattive riforme iniziò con il Governo presieduto dal Prof. Mario Monti che, nel dicembre 2011, nel contesto del Decreto Legge 6.12.2011  n. 201 convertito nella Legge 214/2011 – cosiddetto “Decreto Salva Italia” – dispose la sostanziale soppressione delle Province. Nel Luglio 2013 le norme del Decreto relative alle Province sono state dichiarate incostituzionali “in quanto il decreto-legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio”. Come rilevò in un sua nota del 5.7.2013 l’UPI – Unione delle Province Italiane – “Questa decisione ha una portata generale molto ampia e riguarda non solo le Province, ma tutto il sistema delle autonomie locali garantite dalla Costituzione, poiché afferma che relativamente al loro ordinamento e alle loro dimensioni il Governo non può utilizzare lo strumento del decreto-legge e deve agire per via ordinaria o tramite riforme costituzionali”.

Dopo questa sentenza della Corte  Costituzionale, il Governo Letta, nel frattempo succeduto a Monti dopo le elezioni politiche del 25 febbraio 2013, presentò al Parlamento un disegno di legge costituzionale  allo stesso fine di abolire le Province, modificando l’articolo 114 della Costituzione. Questo disegno di legge – aspramente criticato dall’UPI per la sua mancanza di organicità – non ha comunque avuto seguito a causa della precoce crisi dell’Esecutivo Letta, a cui è subentrato nel febbraio 2014 il Governo guidato da Matteo Renzi.

La Legge “Del Rio”. Il Governo Renzi – tenuto conto delle criticità giuridiche delle iniziative legislative dei due precedenti Governi Monti e Letta – procede contestualmente con un disegno di legge ordinario e con un disegno di legge costituzionale. Quest’ultimo prevede la radicale riforma del Senato, il superamento del bicameralismo perfetto o paritario e una seconda riforma del Titolo V – seconda parte della Costituzione – che dispone fra l’altro l’abolizione delle Province.

In attesa della approvazione definitiva della riforma costituzionale, viene approvata la Legge 7.4.2014 n. 56 – cosiddetta “Legge Del Rio” – che istituisce le Città Metropolitane e stabilisce un riordino provvisorio delle Province, escluse quelle trasformate in città metropolitane in numero di 10 (Roma, Milano, Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Reggio Calabria).

La Legge 56/2014, da un lato,  avvia finalmente l’attuazione delle Città Metropolitane a 24 anni di distanza dalla Legge 142/1990 e 13 anni dalla prima riforma del Titolo V – seconda parte della Costituzione –  del 2001; dall’altro lato, interviene di nuovo sull’ordinamento delle Province con una normativa farraginosa, se si considera che si tratta di un intervento provvisorio, e nello stesso tempo lacunosa e confusa, rinviando a diversi provvedimenti attuativi la sua compiuta applicazione, in assenza di precise direttive.  Non mancano, inoltre, a parere dello scrivente, aspetti negativi anche sotto il profilo politico-istituzionale con riferimento ai principi ispiratori della Costituzione del 1948.

Elezione dei nuovi organi provinciali. I nuovi organi della Provincia – Presidente, Consiglio Provinciale e Assemblea dei  Sindaci – sono eletti non direttamente dai cittadini, ma in secondo grado, dai Sindaci e dai Consiglieri dei Comuni della Provincia. Questa forma di elezione indiretta è prevista anche per le Città Metropolitane, salva la possibilità per le Città stesse di procedere – a determinate e complesse condizioni – all’elezione diretta dei propri organi (Art. 1, comma 22 Legge 56/2014). Se si tiene presente che la riforma in itinere del Senato prevede anche per questo organo costituzionale un’elezione di secondo grado, è lecito ritenere che la maggioranza politica che sostiene il Governo Renzi sia orientata a sacrificare la partecipazione diretta dei cittadini sull’altare di presunte esigenze di governabilità e della necessità di ridurre i costi della politica; finalità questa più che fondata, ma perseguibile anche con modalità diverse e più conformi ai principi democratici.

Funzioni. L’articolo 1, comma 85, della Legge citata elenca le funzioni che restano in capo alla Provincia, ridotte rispetto alle funzioni prevista dall’articolo 19 del TUEL (cfr. testi normativi allegati), ma ancora fondamentali come per esempio la pianificazione territoriale, la viabilità e i trasporti, l’edilizia scolastica (scuole secondarie di secondo grado), ecc.. Il successivo comma 89 e ss. stabiliscono che le restanti funzioni saranno trasferite ad altri enti locali ( anche non territoriali) in base a provvedimenti legislativi ed amministrativi dello Stato e delle Regioni entro i termini previsti dalla Legge 56/2014. I provvedimenti medesimi dovranno disciplinare, inoltre, l’assegnazione delle risorse umane e finanziarie connesse alle funzioni trasferite.

*********

Si tratta, anche in prima sommaria analisi, di un processo riformatore molto complesso, che richiede una coordinazione puntuale e rigorosa dei diversi soggetti istituzionali coinvolti: dallo Stato alle Regioni, alle Province, ai Comuni , alle Unioni dei Comuni, ecc.. Tale processo, inoltre, deve svolgersi nel contesto di manovre di finanza pubblica molto severe, tendenti ad una drastica riduzione della spesa dello Stato e degli altri Enti pubblici.

A tutt’oggi, ultimi giorni del 2014, essendo già scaduti da tempo i termini previsti, non risultano ancora emanate le norme attuative della riforma né da parte dello Stato, né da parte delle Regioni che, anzi, manifestano resistenze in assenza di certezze per quanto riguarda il finanziamento delle funzioni e del personale trasferito. I dipendenti di diverse Province interessati ai trasferimenti – per gli stessi motivi – sono entrati in agitazione anche attraverso l’occupazione di sedi istituzionali.

Si deve quindi constatare che la Legge 56/2014 è una riforma partita male e – ad avviso dello scrivente – difficilmente recuperabile “in itinere” se non con altri interventi legislativi (riforma della riforma). Ciò è dovuto, da una parte,  a difetti intrinseci alla normativa: scarsa chiarezza, lacune soprattutto per i profili finanziari, eccessivi rinvii a provvedimenti attuativi di diversi soggetti istituzionali;  dall’altra parte, sono le stesse finalità della riforma a non convincere: perché non procedere ad un serio riordino delle Province invece di inventare una complicatissima transizione nella prospettiva della loro abolizione. A maggior ragione se si pensa che sarà comunque necessario istituire dei nuovi enti cosiddetti di “area vasta”, cioè intermedi fra Comuni e Regioni, per l’espletamento delle funzioni e dei servizi – tutt’altro che inutili – già assicurati dalle storiche Province.

Pierino Rossini 

29.12.2014

 

 

ALLEGATI

Legge 7 Aprile 2014, n. 56

Disposizioni sulle città’ metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni.

 

Articolo 1

(…)

  1. Le province di cui ai commi da 51 a 53, quali enti con funzioni

di area vasta, esercitano le seguenti funzioni fondamentali:

  1. a) pianificazione  territoriale  provinciale   di   coordinamento,

nonche’ tutela e valorizzazione dell’ambiente,  per  gli  aspetti  di

competenza;

  1. b) pianificazione dei servizi di trasporto in ambito  provinciale,

autorizzazione e  controllo  in  materia  di  trasporto  privato,  in

coerenza con  la  programmazione  regionale,  nonché’  costruzione  e

gestione delle strade provinciali e  regolazione  della  circolazione

stradale ad esse inerente;

  1. c) programmazione provinciale della rete scolastica, nel  rispetto

della programmazione regionale;

  1. d) raccolta    ed    elaborazione    di     dati,     assistenza

tecnico-amministrativa agli enti locali;

  1. e) gestione dell’edilizia scolastica;
  2. f) controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale e

promozione delle pari opportunita’ sul territorio provinciale.

  1. Le province di cui al comma  3,  secondo  periodo,  esercitano

altresi’ le seguenti ulteriori funzioni fondamentali:

  1. a) cura dello sviluppo strategico del  territorio  e  gestione  di

servizi in forma associata in base alle specificità  del  territorio

medesimo;

  1. b) cura  delle  relazioni  istituzionali  con  province,  province

autonome, regioni, regioni a statuto speciale ed enti territoriali di

altri  Stati,  con  esse  confinanti  e  il  cui   territorio   abbia

caratteristiche montane, anche stipulando accordi e  convenzioni  con

gli enti predetti.

  1. Le funzioni fondamentali di cui al comma 85 sono esercitate nei

limiti e secondo le modalità stabilite dalla legislazione statale  e

regionale di settore, secondo la rispettiva competenza per materia ai

sensi  dell’articolo  117,  commi  secondo,  terzo  e  quarto,  della

Costituzione.

  1. La provincia può altresì, d’intesa con i comuni,  esercitare

le funzioni di predisposizione dei documenti  di  gara,  di  stazione

appaltante,  di  monitoraggio  dei  contratti  di   servizio   e   di

organizzazione di concorsi e procedure selettive.

 

*********

 

Decreto Legislativo 18 Agosto 2000, n. 267

Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali.

(…)

Capo II

Provincia

Articolo 19

Funzioni

  1. Spettano alla provincia le funzioni amministrative di interesse provinciale che riguardino vaste

zone intercomunali o l’intero territorio provinciale nei seguenti settori:

  1. a) difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamità;
  2. b) tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche;
  3. c) valorizzazione dei beni culturali;
  4. d) viabilità e trasporti;
  5. e) protezione della flora e della fauna parchi e riserve naturali;
  6. f) caccia e pesca nelle acque interne;
  7. g) organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, rilevamento, disciplina e

controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore;

  1. h) servizi sanitari, di igiene e profilassi pubblica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
  2. i) compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed artistica ed alla formazione
  3. l) raccolta ed elaborazione dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali.
  4. La provincia, in collaborazione con i comuni e sulla base di programmi da essa proposti,

promuove e coordina attività, nonché realizza opere di rilevante interesse provinciale sia nel settore

economico, produttivo, commerciale e turistico, sia in quello sociale, culturale e sportivo.

  1. La gestione di tali attività ed opere avviene attraverso le forme previste dal presente testo unico

per la gestione dei servizi pubblici locali (28).

 

(28) Il presente articolo corrisponde all’art. 14, L. 8 giugno 1990, n. 142, ora abrogata. Per l’attuazione di quanto disposto dal presente articolo, vedi l’art. 197, D. Lgs. 3 aprile 2006, n. 152. Vedi, inoltre, i commi da 14 a 20 dell’art. 23, D.L. 6 dicembre 2011, n. 201.

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SCIOPERO GENERALE, NARCISI RENZIANI E MEMORIA CORTA DELLA CISL.

sciopero-fiom
L’annuncio dello sciopero generale del 5.12.14 – proclamato dalla CGIL – ha suscitato diverse reazioni, per lo più misere e farisaiche.

Fra le prime – l’affermazione del narciso deputato renziano Ernesto Carbone sullo sciopero per fare il “ponte” dell’Immacolata: al mistico di Matteo sfugge il fatto che l’adesione agli scioperi comporta la trattenuta di una giornata di salario, dimenticando (?)  inoltre che moltissimi lavoratori (commercio, servizi pubblici, ecc.) lavorano di sabato e perfino di domenica; non c’è che dire: un ottimo rappresentante del popolo.

Fra le farisaiche, quella della neo Segretaria Generale della CISL – Anna Maria Furlan – la quale critica la CGIL per la sua scelta unlaterale che pregiudicherebbe l’unità del mondo del lavoro, quell’unità che la sua CISL e la UIL hanno rotto dall’inizio degli anni 2000 stipulando accordi separati con i governi Berlusconi (protagonista l’ex ministro del lavoro Sacconi, ora  alleato di Renzi) e con la Fiat di Marchionne.

Purtoppo sembra che per la CISL lo sciopero continui ad essere un delitto contro l’economia come ai tempi del Fascismo (artt. 502 e 503 del Codice Penale, non più in vigore) e non un diritto – certamente da esercitare con cautela e razionalità – come stabilito dalla Cosituzione repubblicana (art. 40).

Il Job act del governo Renzi, anche considerando il compromesso al ribasso con la minoranza PD, resta una cattiva riforma che cancella diritti sociali fondamentali: lo sciopero generale è una risposta necessaria e necessitata, se non ci si vuole sottomettere del tutto alle politiche antiegualitarie del neoliberismo, che sono la causa principale della presente profonda crisi socio-economica.

Pierino Rossini

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